Speciale Hackers

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OpenPress - Breve storia sugli hacker

di Eric Raymond 

La vera storia degli hacker raccontata da Eric Raymond: dai Real Programmer in calzini bianchi, giacca, cravatta e occhiali con lenti spesse un dito, che programmavano in Fortran, ai primi veri hacker per come li conosciamo oggi, che iniziarono a operare al MIT all'inizio degli anni '60 

Prologo: i Real Programmer

In principio furono i Real Programmer. Non è così che si definirono. Ma neanche "hacker", o qualcosa in particolare; il nomignolo "Real Programmer" fu coniato solo dopo il 1980. Fin dal 1945, ad ogni modo, la tecnologia informatica ha attirato molte delle menti più brillanti e creative del pianeta. A partire dall'ENIAC di Eckert e Mauchly in avanti, è sempre esistita cultura tecnica più o meno continua e autocosciente di programmatori entusiasti, di persone il cui rapporto col software era di puro divertimento.
I Real Programmer di solito provenivano dai settori dell'ingegneria e della fisica. Indossavano calzini bianchi, camicie e cravatte in poliestere e lenti spesse, programmavano in linguaggio macchina, in FORTRAN e in un'altra mezza dozzina di linguaggi ormai dimenticati. Si tratta dei precursori della cultura hacker, dei ben poco celebrati protagonisti della sua preistoria.
Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ai primi anni '70, nella grande era dei computer a linea di comando e dei mainframe chiamati "big iron", i Real Programmer dominarono la scena della cultura tecnica dei computer. Alcuni articoli del venerato folklore degli hacker risalgono proprio a quegli anni: la famosa storia di Mel (inclusa nel Jargon File), vari passi di Murphy's Laws (La legge di Murphy) e il manifesto caricatura tedesco "Blinkenlights" che ancora adorna molte sale di computer.
Molte persone formatesi nella cultura "Real Programmer", rimasero attive anche negli anni '90. Si narra che Seymour Cray, progettista della linea di supercomputer Cray, abbia una volta trasportato un intero sistema operativo di sua concezione in un computer di sua creazione. Col sistema ottale e senza un errore. Funzionò tutto alla perfezione. Macho supremo dei Real Programmer.
Su scala minore, Stan Kelly-Bootle, autore di The Devil's DP Dictionary (McGraw-Hill, 1981) e straordinario folklorista, programmò sul Manchester Mark I nel 1948, il primo computer digitale completamente operativo. Oggi scrive strisce tecnico-umoristiche per riviste di informatica, che spesso hanno il sapore di un energico e complice dialogo con la odierna cultura hacker.
Altri, come David E. Lundstrom, hanno scritto aneddoti su quei primi anni (A Few Good Men From UNIVAC, 1987).
Ciò che, comunque, ebbe origine dalla cultura "Real Programmer", è lo slancio innovativo che investì il computer interattivo, le università e le reti. Elementi che hanno avuto un ruolo fondamentale nella nascita di una tradizione tecnica che sarebbe sfociata nell'attuale cultura hacker Open Source.

I primi hacker

L'origine della cultura hacker, come oggi la conosciamo, può essere fatta risalire al 1961, anno in cui il MIT acquistò il primo PDP-1. Il comitato Signals and Power del Club Tech Model Railroad del MIT, adottò la macchina quale prediletto giocattolo-tecnologico creando strumenti di programmazione, linguaggi e quell'intera cultura che ancora oggi ci appartiene in modo inequivocabile. Questi primi anni sono stati esaminati nella prima parte del libro Hackers di Steven Levy (Anchor/Doubleday, 1984).
La cultura informatica del MIT sembra essere stata la prima ad adottare il termine "hacker". Gli hacker della TMRC divennero il nucleo dell'Artificial Intelligenge Laboratory (Laboratorio di Intelligenza Artificiale) del MIT, il principale centro di ricerca AI (Intelligenza Artificiale) su scala mondiale, nei primi anni '80. La loro influenza si protrasse ben oltre il 1969, il primo anno di ARPAnet.
ARPAnet è stata la prima rete transcontinentale di computer ad alta velocità. Ideata e realizzata dal Ministero della Difesa statunitense come esperimento nelle comunicazioni digitali, crebbe fino a diventare un collegamento tra centinaia di università, esponenti della difesa e laboratori di ricerca. Permise a tutti i ricercatori, ovunque essi si trovassero, di scambiarsi informazioni con velocità e flessibilità senza precedenti, dando un forte impulso allo sviluppo del lavoro di collaborazione e accelerando enormemente il ritmo e l'intensità del progresso tecnologico.
Ma ARPAnet fece anche qualcos'altro. Le sue autostrade elettroniche misero in contatto gli hacker di tutti gli Stati Uniti e questi, finora isolati in sparuti gruppi, ognuno con la propria effimera cultura, si riscoprirono (o reinventarono) nelle vesti di vera a propria tribù di rete.
Le prime intenzionali azioni di hackeraggio - i primi linguaggi caratteristici, le prime satire, i primi dibattiti autocoscienti sull'etica hacker - tutto questo si propagò su ARPAnet nei suoi primi anni di vita. (Basti come esempio la prima versione del Jargon File, datato 1973.) La cultura hacker mosse i primi passi nelle università connesse alla Rete, in particolar modo (ma non esclusivamente) nei loro dipartimenti di scienza informatica.
Dal punto di vista culturale, l'AI (Intelligenza Artificiale) Lab del MIT è da considerarsi il primo tra laboratori di pari natura a partire dai tardi anni '60. Anche se istituti come il Laboratorio di Intelligenza Artificiale dell'Università di Stanford (SAIL) e, più tardi, l'Università Carnegie-Mellon (CMU), divennero in seguito quasi altrettanto importanti. Tutti costituivano fiorenti centri di scienza dell'informazione e ricerca sull'intelligenza artificiale. Tutti attiravano individui brillanti che contribuirono al grande sviluppo del mondo degli hacker, sia dal punto di vista tecnico che folkloristico.
Per comprendere ciò che successe dopo, comunque, è necessario un ulteriore sguardo ai computer stessi, poiché sia la nascita del Laboratorio che il suo futuro declino furono fortemente influenzati dalle correnti di cambiamento nell'ambito della tecnologia informatica.
Fin dai giorni del PDP-1, le sorti dell'hacking si intrecciarono alla serie di minicomputer PDP della Digital Equipment Corporation (DEC). La DEC aprì la strada a prodotti interattivi di stampo commerciale ed a sistemi operativi time-sharing. La flessibilità, la potenza e la relativa economicità di queste macchine, portarono molte università al loro acquisto.
L'economicità dei sistemi time-sharing, costituì l'habitat ideale per lo sviluppo della cultura hacker e anche ARPAnet fu costituita, per la maggior parte della sua durata, da una rete di macchine DEC.
La più importante fra queste fu il PDP-10 che fece la sua comparsa nel 1967. Essa rappresentò la macchina preferita dagli hacker per quasi quindici anni; il TOPS-10 (sistema operativo DEC per la macchina) e il MACRO-10 (suo assemblatore), sono ancora ricordati con passione nostalgica nell'ambito della cultura hacker.
Il MIT, pur utilizzando lo stesso PDP-10, imboccò una strada lievemente diversa; rifiutò il software DEC del PDP-10 scegliendo di creare un proprio sistema operativo, il leggendario ITS.
ITS stava per "Incompatible Timesharing System", (Sistema Time-Sharing Incompatibile), sigla che rendeva perfettamente l'idea delle intenzioni insite nel progetto: volevano fare a modo loro. Fortunatamente per tutti noi, la gente della MIT possedevano un grado di intelligenza in grado di contrastare la sua arroganza. L'ITS, strambo, eccentrico e a volte perfino pieno di difetti, portò tuttavia una brillante serie di innovazioni tecniche, e ancora detiene senza dubbio il record di sistema operativo time-sharing più a lungo utilizzato.
Lo stesso ITS fu scritto in Assembler, ma molti progetti ITS furono scritti nel linguaggio LISP dell'AI. Il LISP si rivelò il più potente e flessibile linguaggio dell'epoca e, a distanza di vent'anni, si presenta ancora meglio congegnato rispetto a molti dei linguaggi odierni. Il LISP permise agli hacker di ITS di dare libero sfogo a tutta la loro creatività. Fu forse questa la formula del successo straordinario di questo linguaggio, che resta uno dei preferiti dagli hacker.
Molte creazioni tecniche della cultura ITS, sopravvivono ancora oggi; l'editor Emacs è forse il più conosciuto. Così come molto del folklore ITS è tuttora "vivo" per gli hacker, come dimostra il Jargon File.
Non si può certo dire che il SAIL e il CMU si fossero nel frattempo assopiti. Molti nuclei di hacker, sviluppatisi intorno al PDP-10 del SAIL, divennero più tardi figure chiave nel progresso dei personal computer e delle interfacce di software finestra/icona/mouse, come oggi le conosciamo. Gli hacker di CMU, dal canto loro, stavano portando avanti ciò che avrebbe dato vita alle prime applicazioni pratiche su larga scala di sistemi esperti e di robotica industriale.
Un altro luogo che ha giocato un ruolo fondamentale per il progresso culturale fu lo Xerox PARC, il famoso Centro Ricerche di Palo Alto. Per più di un decennio, a partire dai primi anni '70 fino alla metà degli '80, il PARC produsse un'impressionante quantità di innovazioni hardware e software. Le moderne interfacce di software costituite da mouse, finestre e icone, videro la luce proprio in quell'ambito, ma anche le stampanti laser e la local area network (LAN). La serie PARC di macchine D, anticipò di un decennio i potenti personal computer degli anni '80. Purtroppo, questi profeti non ebbero né onori né gloria in seno alla loro azienda e presto diventò un'abitudine descrivere sarcasticamente il PARC come un luogo caratterizzato dallo sviluppo di brillanti idee per chiunque altro, tranne che per se stessi. L'influenza di queste menti sulla cultura hacker fu comunque a dir poco pervasiva.
Le culture ARPAnet e PDP-10 crebbero in forza e varietà nell'arco degli anni '70. I programmi per le mailing list elettroniche, utilizzati fino ad allora per incoraggiare la cooperazione tra i diversi gruppi di interesse disseminati a quattro angoli del mondo, furono sempre più impiegati per scopi sociali e ricreativi. DARPA chiuse deliberatamente un occhio di fronte alle attività tecniche "non-autorizzate", ben comprendendo come queste spese extra fossero un piccolo prezzo da pagare rispetto all'effetto di convogliare l'attenzione di un'intera generazione di menti giovani e brillanti alla causa dell'informatica.
Probabilmente, la più nota delle mailing list a sfondo "sociale" di ARPAnet fu la SF-LOVERS, per gli appassionati di fantascienza; basti pensare che ancora oggi essa continua ad esistere in "Internet", l'erede naturale e senza confini della rete ARPAnet. In questo scenario, si contano numerosi altri pionieri di questo stile di comunicazione che più tardi venne commercializzato in servizi time-sharing a pagamento come CompuServe, Genie e Prodigy.

La nascita di Unix

Nel frattempo, comunque, nel selvaggio New Jersey, qualcos'altro era stato messo in cantiere fin dal 1969, qualcosa che avrebbe inevitabilmente adombrato la tradizione del PDP-10. L'anno di nascita di ARPAnet, fu anche l'anno in cui un hacker dei Laboratori Bell, di nome Ken Thompson, inventò il sistema Unix.
Thompson si era trovato coinvolto nella fase di sviluppo di un Sistema Operativo Time-Sharing chiamato Multics, che divideva la propria discendenza con ITS. Multics costituì un importante banco di prova su come la complessità di un sistema operativo potesse essere celata fino a essere resa invisibile all'utente e perfino alla maggioranza dei programmatori. L'idea fu quella di rendere l'uso di Multics molto più semplice e programmabile in modo da permettere di operare anche dall'esterno.
I Laboratori Bell si tirarono fuori dal progetto quando Multics iniziò a mostrare segni di crescita non giustificata (il sistema fu poi commercializzato da Honeywell, senza successo). Ken Thompson cominciò ad avere nostalgia dell'ambiente Multics, e pensò di giocare un po' miscelando alcune caratteristiche del sistema operativo naufragato con altre di sua concezione su un rottame di DEC PDP-7.
Un altro hacker, di nome Dennis Ritchie, inventò un nuovo linguaggio chiamato "C", da usare con una versione Unix di Thompson ancora allo stato embrionale. Come Unix, C fu progettato per essere piacevole e facile da usare oltre che flessibile. L'interesse per questi strumenti non tardò a crescere nell'ambito dei Laboratori Bell, e subì un'impennata nel 1971 quando Thompson e Ritchie vinsero un appalto per produrre quello che oggi chiameremmo sistema di office-automation per uso interno. Ma Thompson e Ritchie avevano in mente qualcosa di ben più ambizioso.
Per tradizione, i sistemi operativi erano stati, fino ad allora, scritti in Assembler in modo da ottenere la maggiore efficienza possibile dalle macchine host. Thompson e Ritchie furono tra i primi a capire che la tecnologia dell'hardware e dei compilatori aveva raggiunto un tale livello di maturità da poter scrivere in C un intero sistema operativo: nel 1974 l'intero ambiente operativo era regolarmente installato su numerose macchine di diversa tipologia.
Si tratta di un evento senza precedenti e le implicazioni che ne derivarono furono enormi. Se davvero Unix poteva presentare la stessa interfaccia e le stesse funzionalità su macchine di diverso tipo, era sicuramente in grado di fungere da ambiente software comune per tutte. Gli utenti non avrebbero mai più dovuto pagare per nuovi software appositamente progettati ogni volta che una macchina diventava obsoleta. Gli hacker erano in grado di utilizzare gli stessi strumenti software da una macchina all'altra, piuttosto che dover reinventare l'equivalente di fuoco e ruota ogni volta.
Oltre alla portabilità, Unix e C presentavano altri punti di forza. Entrambi si basavano sulla filosofia "Keep it simple, stupid!" letteralmente "Semplifica, stupido!". Un programmatore poteva senza difficoltà tenere a mente l'intera struttura logica di C (a differenza di molti altri linguaggi precedenti, ma anche successivi), e non dover più ricorrere continuamente ai manuali. Unix era un insieme flessibile di semplici strumenti che si mostravano complementari l'un l'altro.
Questa combinazione si rivelò adatta per una vasta gamma di operazioni, incluse alcune completamente nuove, non previste in origine dagli stessi progettisti. La sua diffusione in AT&T fu estremamente rapida, a dispetto della mancanza di programmi di supporto formale. Entro il 1980, il suo uso si era già allargato a un gran numero di università e siti di ricerca informatica, e centinaia di hacker la consideravano come la propria casa.
Le macchine da lavoro della prima cultura Unix furono i PDP-11 e il loro discendente fu il VAX. Ma, proprio per la sua caratteristica portabilità, Unix funzionava senza alcuna modifica su una vasta gamma di macchine che costituivano ARPAnet. Nessuno usava l'Assembler, i programmi creati in C erano facilmente utilizzabili su tutte queste macchine.
Unix aveva persino una propria rete non certo di qualità eccelsa: Unix-to Unix Copy Protocol (UUCP), bassa velocità, poco affidabile ma economica. Due macchine Unix qualsiasi potevano scambiarsi posta elettronica point-to-point attraverso le ordinarie linee telefoniche. Questa funzionalità era parte integrante del sistema e non solo un'opzione. Le postazioni Unix cominciarono a formare una rete a se stante, e una cultura hacker iniziò a crescere al suo interno. È del 1980 la prima Usenet board, che sarebbe rapidamente diventata più grande di ARPAnet.
ARPAnet stessa ospitò alcuni siti Unix. PDP-10 e le culture Unix e cominciarono a incontrarsi e fondersi, anche se, dapprima, senza grande successo. Gli hacker di PDP-10 consideravano la gente di Unix come una banda di principianti che utilizzava strumenti dall'aspetto primitivo, se paragonati alla squisita e perfino barocca complessità di LISP e ITS. "Coltelli di pietra e pelli d'orso!" brontolavano.
Ecco allora che si delineò un terzo scenario. Il primo personal computer fu immesso sul mercato nel 1975. La Apple fu fondata nel 1977, e il suo progresso avvenne con impressionante rapidità negli anni che seguirono. Il potenziale dei microcomputer era ormai chiaro e attrasse inevitabilmente un'altra generazione di giovani e brillanti hacker. Il loro linguaggio era il BASIC, talmente primitivo che i partigiani del PDP-10, e gli aficionados di Unix lo considerarono subito indegno di qualsiasi considerazione.

 

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