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Intolleranza razziale - Morire di Chat

Trasse in trappola il ragazzo via Internet
Ha confessato Amana, la Circe araba che fece uccidere l’innamorato ebreo


di Rodolfo Ballardini

Gerusalemme - Amana Mona, la ragazza araba palestinese di 25 anni ha confessato il suo crimine, l’omicidio di Ofir Rahum, un ragazzo ebreo, tratto in trappola con Internet. Ofir, 16 enne di Ashkelon, era stato rinvenuto cadavere verso la fine dello scorso Gennaio a Ramallah.

Il suo corpo di adolescente, privo di documenti, giaceva sfigurato e trafitto da coltellate e da colpi di kalashnikov sul ciglio della strada che da Gerusalemme porta all’estrema periferia della cittadina, sede del governo e dei ministeri dell’Autonomia palestinese di Yasser Arafat. Era ancora in territorio ebraico e la polizia israeliana , pensando che fosse un cittadino arabo - gli ebrei non ci vanno più da tempo, pena la perdita della vita - aveva consegnato il corpo ai militari dell’Olp.

Nel frattempo, la famiglia ne aveva denunciato la scomparsa. La polizia israeliana ha scoperto la verità esaminando la memoria del computer di Rahum, un appassionato di Internet. Gli amici, interrogati uno dopo l’altro, avevano confermato il fatto che da qualche tempo si era invaghito, meglio innamorato come lo si può essere a 16 anni, di una donna di 25, bella, calda, appassionata, che l’aveva abbindolato scientemente attraverso l’ e-mail.

Il piano era davvero diabolico: convincerlo ad arrivare all’appuntamento e poi, con il miraggio di trascorrere una o più giornate insieme, portarlo in zona sicura e ucciderlo. A Ofir Rahum, raccontano sempre gli amici, poco o nulla importava che la donna fosse araba, che abitasse nei territori dell’autonomia Palestinese, che fosse considerabile come “nemica” degli ebrei.

L’aveva idealizzata, ne parlava continuamente. Se ne era innamorato senza sospettare che l’altro amore stava usando il più nobile di sentimenti per stroncargli la vita. “Porta anche qualche shkalim (gli shekel, moneta israeliana) - gli ha scritto Amana nell’ultima e-mail- così mi aiuti».

L’appuntamento era stato concordato per il 17 gennaio alla stazione degli autobus di Gerusalemme dove arriva quello da Ashkelon che Ophir, invece di andare a scuola, aveva preso quella maledetta mattina, la sua ultima mattina. Lei lo ha atteso, lo ha caricato sulla sua automobile e poi via di corsa verso Ramallah, verso il punto in cui i suoi due complici, Hassan Khadi e Abdel Dula, due militanti tanzim, come ha confessato alla polizia, li attendevano.

I due assassini hanno cercato di estrarre a forza il ragazzo dall’auto che, secondo quanto appurato dall’esame necroscopico, deve aver resistito e lottato. A quel punto, lo hanno accoltellato e poi gli hanno sparato dozzine di volte attraverso la carrozzeria della macchina, attraverso i finestrini. Durante l’interrogatorio, la donna aveva precisato di aver desiderato solo il rapimento del ragazzo, come già altri suoi concittadini avevano fatto nei mesi precedenti, per protestare contro le vittime provocate dai militari israeliani tra i ragazzi palestinesi.
Negando l’intenzione omicida, aveva dichiarato che il rapimento doveva servire a scuotere Israele e il mondo.

Dopo l’omicidio, il terzetto aveva seppellito il corpo alla bell’e meglio ma dopo alcuni giorni, un passante lo aveva scoperto. Hassan Khadi e Abdel Dula sono scomparsi e la polizia di Arafat non mostra alcuna intenzione di collaborare alla loro cattura. Israele sta anche cercando un terzo terrorista, la mente dell’operazione, che avrebbe suggerito alla donna come fare per rapire il giovane ebreo.
 

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