Speciale SPAM - Pagina 1 di 4

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..."Ci stiamo rapidamente avvicinando al momento in cui ci sarà la pace nel mondo, perchè tutti passeranno il proprio tempo a ripulire le proprie caselle postali..." (Furto nella Rete - Tom Clancy)
 

«Spam»: minuscolo al computer, maiuscolo al supermercato - Le origini dello «Spam»: carne in scatola e gag

L'origine del termine «spam» deriva da uno sketch dei Monty Python in cui una parola è ripetuta ossessivamente


LA POSTA E LA CARNE
- Chiedete a qualsiasi italiano che usi abitualmente la posta elettronica che cos'è lo «spam»: con una smorfia di fastidio vi risponderà che si tratta dell'irritante abitudine di spedire e-mail pubblicitarie a destinatari che non ne hanno fatto richiesta. Provate invece a chiedere a un britannico che cosa evochi il nome «spam»: è probabile che gli venga in mente una marca di carne in scatola fabbricata dalla Hormel Food Corporation. Il prodotto è celebre come una delle poche carni escluse dal razionamento alimentare durante la seconda guerra mondiale, e la sua famigerata celebrità è durata anche negli anni successivi.


ACRONIMI
- In realtà «SPAM» è un acronimo: la fonte originale del nome è «Shoulder of Pork And haM» («spalla di maiale e prosciutto»). Altre spiegazioni possibili sono «SPiced hAM» («prosciutto aromatizzato»), «Spiced Pork and hAM» («maiale e prosciutto aromatizzati»), «Specially Processed Army Meat» («carne per l'esercito fabbricata in modo speciale») oppure «Specially Processed Assorted Meat» («carne mista fabbricata in modo speciale») per la versione light che contiene carne sia di maiale che di pollo.
LO SKETCH - Sembra impossibile, ma la carne e la posta sono in relazione. Il nesso è costituito da una scenetta dei Monty Python, ormai un classico nel Regno Unito. Un gruppo di vichinghi siede in un ristorante e ordina dei piatti «senza» SPAM, cosa che la cameriera puntualmente disattende - la scenetta è probabilmente legata proprio alla politica di razionamento bellico della carne. Nel finale tutti cantano una canzone che ripete infinite volte le dubbie virtù dello SPAM, da cui il nesso. 

Dice il ritornello:

«SPAM SPAM SPAM SPAM
SPAM SPAM SPAM SPAM
Lovely SPAM, wonderful SPAM!»

IL COMUNICATO UFFICIALE - Fin qui l'etimologia. Preoccupata dalla potenziale violazione del marchio registrato SPAM e dal possibile danno d'immagine connesso al legame con lo spiacevole fenomeno informatico, la Hormel è ricorsa agli avvocati.

Ecco la soluzione di compromesso, che l'azienda mette bene in vista sul suo sito Web: «Non ci opponiamo all'uso di questo termine gergale per descrivere la posta commerciale non richiesta, benché ci opponiamo all'uso del nostro prodotto in associazione con questa parola.

Inoltre, se il termine deve essere usato, deve essere scritto solo in lettere minuscole per distinguerlo dal nostro marchio registrato SPAM, che dovrebbe essere scritto solo in lettere maiuscole.»

La carne in scatola «SPAM»
(da http://www.spam.com/)

UN BIZZARRO MERCHANDISING - La distinzione è fondata, ma viene da chiedersi se l'azienda non intenda sfruttare in qualche modo la celebrità causata dall'omonomia. Infatti navigando nel sito http://www.spam.com/ potrete vedere una lunga pagina dedicata alla vendita di oggetti col marchio «SPAM»: t-shirt, cappellini, intimo, giocattoli e ogni sorta di gadget di dubbio gusto, incluso un costume da carnevale da scatoletta di carne! Esista anche una vera e propria comunità di SPAMmer «buoni» (da non confondere con gli spammer «cattivi» dell'e-mail), e chissà che prima o poi anche loro non vi invitino via posta alle loro riunioni...
Ascolta la versione originale in inglese dello sketch

 

Fonte: Corriere.it


Curiosità
Oltre allo SPAM esistono anche lo SPIM e lo SPIT.
Lo SPIM è l'equivalente dello SPAM, ma nei sistemi di messaggeria istantanea.
Lo SPIT è lo SPAM della "Internet Telephony" (telefonia via Internet-->Voip)


NEWS

2004, guerra aperta allo spam

Dal primo gennaio con il nuovo codice cambiano in Italia le regole del gioco in tema di privacy on line Anche gli Usa e l’Europa stabiliscono nuovi obblighi per gli operatori e sanzioni per i trasgressori 
di Roberta Chiti

Tranquilli. Ancora 24, massimo 36 mesi e lo spamming non sarà che un brutto ricordo. Per tutti: utenti finali, aziende, e-marketers. Il tempo e i soldi persi a cancellare la robaccia dalla posta e dal telefonino, invasioni di campo e di privacy, coiti sparati nella casella elettronica davanti ai figli di otto anni? Saranno cose vecchie - almeno a sentire Ciphertrust, azienda americana specializzata in security - materia per la guerra fra gestori di mail e i produttori di filtri contro gli spammer. Ma intanto? 
Intanto lo spamming pesa come piombo sui bilanci delle aziende. Nel 2002 è costato complessivamente ai paesi dell’Unione europea lo scherzo di 2,5 miliardi di euro (alle aziende italiane, nel 2001, 10 milioni di euro). Si calcola che gli spammer cambino radicalmente tecniche ogni tre mesi e che il 50% della posta elettronica mondiale sia spazzatura (il 46% in Europa), percentuale destinata ad aumentare a un ritmo del 7% nei prossimi anni. Il junk intasa reti aziendali, rallenta il traffico del mailing legittimo e impone alle aziende di schierare costose tecnologie per non abbandonare gli utenti da soli davanti alle proprie caselle infette. Un danno non solo economico, ma anche sociale se si considera la vulnerabilità della massa crescente di minori esposti alla porno-spazzatura. 
Ma i segni di un cambiamento - probabilmente non così rapido come assicura l’ottimismo di Ciphertrust - ci sono già. È la guerra normativa con cui si stanno armando i governi di Usa e Ue. Da una parte il Congresso americano, che dopo sei anni ha dato via libera alla Can-Spam Act, una serie di restrizioni pesanti che prevede multe e anche il carcere per i trasgressori. Dall’altra l’Europa che sta dando gli ultimi ritocchi alla direttiva (la 2002/58/CE) sulla privacy nelle comunicazioni elettroniche: ritocchi a colpi di iniziative come quelle intraprese dalla Ue contro nove paesi che non hanno ancora armonizzato le proprie legislazioni. 
Una partita in cui l’Italia gioca da apripista (vedi l’intervista a Gaetano Rasi al centro pagina): dal primo gennaio nel nostro Paese entra in vigore il nuovo Codice in materia di protezione di dati personali: una normativa giudicata fra le più evolute con il grande merito di semplificare le procedure, aumentare le garanzie per utenti e aziende e individuare settori in evoluzione così da rendersi “morbida” alle naturali trasformazioni di un mondo che cambia incessantemente senza dover ricorrere ogni volta alla Costituzione. 
La normativa italiana, così come quella europea, ha il suo perno centrale nel cosiddetto consenso informato preventivo, l’”opt-in”: il destinatario ha il diritto di rifiutare l’invio di comunicazioni pubblicitarie. Il che significa che gli indirizzi e-mail che si possono trovare facilmente su Internet non possono essere utilizzati liberamente. Come dire: Internet è una piazza aperta, ma non una pubblica piazza. 
Bene: lo spam ha i giorni contati grazie alle nuove leggi? No. Da sole non bastano. Un dato, questo, su cui concordano sia i rappresentanti delle aziende che gli stessi legislatori. Nessuno pensa che il nuovo codice sia sufficiente a contrastare un fenomeno che arriva in gran parte da fuori Europa - primi fra tutti Usa e Asia. “Bisogna essere onesti: le contromisure tecnologiche sono più efficaci in questa guerra”, dice Elizabeth Dunn dell’ufficio della Commissione Ue. Così come è necessaria la capacità di contrastare lo spam da parte dei singoli utenti con comportamenti “tecnologicamente corretti”: aggiornamento dei filtri antispam, manutenzione della casella, trattamento delle e-mail sospette facendo ricorso all’ufficio del Garante. 
Le leggi rimangono un primo passo necessario. Innanzi tutto possono bloccare una parte dello spam “made in Europe”. Poi stabiliscono dei principi in tema di privacy e protezione. Armonizzano le legislazioni dei vari Paesi. Ancora, individuano standard di comportamento per le aziende che vogliano essere in regola. Infine, garantiscono i consumatori sul fatto che la loro privacy viene tenuta in seria considerazione dai legislatori. 
La manovra normativa ha già sollevato voci critiche sia negli Usa che in Europa. Ci si domanda se le nuove disposizioni possano produrre una serie di effetti negativi per le imprese e il business marketing a fronte di risultati scarsi nella lotta anti-spam. In Gran Bretagna il numero uno di Intellect, associazione lobbistica che rappresenta le compagnie di Ict britanniche, fa notare come la normativa “farà spendere un sacco di soldi ai bravi ragazzi. I cattivi ragazzi se ne infischieranno come sempre, tanto più quelli fuori dell’Europa”. Posizione moderata invece per la Confederazione dell’industria inglese che preferisce pianificare i costi sottintesi al nuovo regolamento e “stare a guardare” le reazioni degli altri paesi Ue. Posizione favorevole per la Direct Marketing Association: la normativa avvantaggia il business. “Il codice può produrre una struttura per il marketing legittimo - dice Justin Anderson, membro del board - Una volta ottenuto il consenso preventivo il business può avere più ampio respiro”. 
A sgombrare il campo dai dubbi circa un ipotetico danno delle nuove disposizioni sul mercato ci pensa Jupiter Research. I professionisti dell’e-mail marketing, dice lo studio, non sono preoccupati tanto dalle nuove norme quanto dalle strategie di cui si servono gli utenti nella guerra allo spamming. La legge adottata dal Congresso Usa preoccupa solo l’8% dei responsabili dell’e-mail marketing, mentre i principali ostacoli allo svolgimento degli affari vengono individuati nelle black list e nei filtri anti-spam utilizzati dai fornitori di servizi Internet e dal server delle imprese: una pratica, quest’ultima, in grado di bloccare alcune e-mail business-to-business. Gli specialisti del marketing on line (il 27% di loro) hanno investito maggiori risorse per l’e-mailing con l’obbiettivo di affinare le strategie e il 22% prevede di subappaltare l’invio delle e-mail.

Fonte: www.smau.it
 

 

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